Riceviamo e pubblichiamo
L'esperienza dovrebbe averci insegnato a non rimanere stupiti dinanzi a nulla, poiché il tempo che passa ci dice che tutto è possibile. Ma, talvolta, la realtà arriva a superare l'immaginazione scavalcando il limite di ciò per cui si è disposti a rimanere in silenzio lasciando che le cose vadano come qualcuno ha deciso che debbano andare. Mai e poi mai, infatti, avremmo potuto pensare che si può far nascere un partito politico annunciandolo nel corso di un'estemporanea conferenza stampa utilizzando come palco il precario equilibrio di un'automobile con gli sportelli aperti. Fino a che qualcuno non ci dimostri il contrario, è universalmente riconosciuto che i partiti politici, anche nella fase critica che stanno attraversando ormai da un po' di tempo, sono l'unico strumento di organizzazione e gestione del consenso che le moderne democrazie hanno potuto conoscere. I partiti politici, anche nella loro degenerazione, sono organizzazioni serie. Un partito politico non lo porta la cicogna, né si trova sotto ad un cavolo. I partiti nascono dall'adesione di un gruppo di persone, più o meno vasto, intorno ad un'idea di organizzazione della cosa pubblica ed intorno ad una visione condivisa del mondo. Avere una comune visione del mondo significa elaborare progetti e strategie diffuse per raggiungere un'organizzazione della società migliore rispetto a quella di partenza. È per questo che un partito politico ha bisogno di un sistema organizzativo esteso e radicato che, a partire dal presidente e dal segretario nazionale, raggiunga tutti i cittadini (che credono in quel progetto) avvalendosi di un insieme di figure periferiche che fanno da anello di congiunzione tra la base e l'apice organizzativo. Quanto è accaduto domenica, cancella completamente secoli di storia e di pensiero politico. Come si può dare vita ad un partito, dall'oggi al domani, senza aver ascoltato per un secondo i dirigenti nazionali, regionali, provinciali e comunali? Può passare inosservato il fatto che il sottoscritto apprenda dalla tv che il partito nel quale ha militato, per il quale si è candidato ed impegnato quotidianamente, si scioglie senza alcuna discussione e confluisce in un nuovo soggetto politico che conosce soltanto Silvio Berlusconi? Mi domando ancora: possono dei dirigenti provinciali, regionali e nazionali di Forza Italia assistere a questo scempio delle regole della partecipazione senza proferire alcuna parola e dovendo accettare supinamente il portato di decisioni che li scavalcano? Se è vero come è vero che un partito politico è un organo pulsante in cui tutte le parti giocano un ruolo importante, perché annullarsi passivamente senza poter dire la propria, senza poter essere in grado di avanzare modeste proposte e umili suggerimenti? Ma forse è inutile starsi a tormentare con questi interrogativi, poiché ciò che è fatto è fatto, ciò che è detto è detto e al capo bisogna dire soltanto: "ubbidisco!". Comprendo bene che l'ubriacatura data dalla raccolta di otto milioni di firme contro il Governo Prodi possa portare ad una supervalutazione delle proprie potenzialità, dal momento che noto, come da italica prassi, che sul carro dei presunti vincitori berlusconiani sono in molti a voler salire. Tuttavia mi sia concesso di dire che esistono anche persone come il sottoscritto e come il proprio gruppo che non amano stare sul carro del presunto vincitore quando non viene chiesto loro alcun contributo e alcun apporto, ma sono considerati semplici orpelli da esibire nel momento del ritorno in patria. Ed è per questo che dinanzi ad una assoluta mancanza di ideali e di coinvolgimento si avverte l'esigenza maggiore di riunirsi con i propri amici a parlare e a discutere per capire bene quale ruolo occupare e quale impegno assumere.
Autore: Antonio Capone