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Marokkiat: parola alle donne

Data: 13/03/2018 - Ora: 10:09
Categoria: Attualità / Sociale

Marokkiat: parola alle donne

Un format web girato a Casablanca per rompere i tabù

Parlano apertamente di stupro, omosessualità, molestie per strada, abiti e tabù sociali. Con Marokkiat, un format web girato a Casablanca, le donne marocchine prendono la parola e rompono i tabù.

Dal primo episodio, Zahra, una venditrice ambulante di 40 anni, dice con una grande risata che "in Marocco, love is business". Da allora, in pochi mesi, la serie trasmessa sulla pagina facebook Jawjab ha generato 6 milioni di visualizzazioni e 2,5 milioni di interazioni.

"Volevo postare le donne che stanno per strada, in questa strada ostile e selvaggia che non appartiene loro, così che, nel tempo di un discorso, dicano 'io sono qui', 'io esisto e si approprino dello spazio", afferma Sonia Terrab, 33 anni, autrice e regista all'origine di Marokkiat ("marocchino" in dialetto arabo).

Nella sua mini - serie di 12 video, 12 donne di tutte le età, "semplici", "normali", filmate per strada, condividono in 60 secondi la loro esperienza. La serie "ritrae una società marocchina in chiave femminile" dice Sonia.

Come un oggetto

I numeri dicono che più di un marocchino su due ammette di avere molestato sessualmente una donna nello spazio pubblico e più del 60% delle donne riferisce di essere già stata vittima di questo tipo di aggressione, secondo un recente studio pubblicato dal UN Women Maghreb. Sintomaticamente, più donne che uomini credono che l'aspetto della vittima sia causa di molestie, secondo questo studio.

"Ho capito che vivevo in una società in cui che tu sia nudo, vestito, con burqa o addirittura nascosto sotto un lenzuolo, l'uomo ti guarderà sempre come un oggetto" dice Khadija, 21 anni, in uno degli episodi di Marokkiat, raccontando quello che ha visto da quando indossa il velo.

"La ragazza deve seguire gli standard e vestirsi secondo il principio degli uomini, in modo che non siano tentati!" insorge Nada in un altro video. "Come ragazze, siamo ‘mezzi esseri umani' e questo mi dà fastidio".

Salima, 25 anni, team leader in un gruppo di e-commerce, ha scelto di parlare degli attacchi verbali causati dal suo tatuaggio "visto in strada come un grande atto di ribellione". "Volevo condividere la mia esperienza quotidiana" racconta a Afp e nega il termine "attivista" o "femminista" perché "non ama scatole o etichette". La sua testimonianza ha fatto 340.000 visualizzazioni e quello che ha sorpreso di più è "leggere commenti positivi". L'esperienza le ha dato forza e coraggio: "Prima pensavo di non poter cambiare le cose" racconta questa giovane donna.

Idee

"Quando parlano senza filtro su Internet, le ragazze hanno dei feedback molto violenti, in generale", dice Fatima Bencherki, 33 anni, direttrice di Jawjab che produce Marokkiat. Filiale di una società di produzione locale, Jawjab supporta i giovani creatori di contenuti web fornendo loro i mezzi di produzione. La sua pagina facebook trasmette i programmi, alimenta il dibattito e gestisce la produzione digitale, che consente di bilanciare le spese.

Con Marokkiat "abbiamo avuto una valanga di feedback, di messaggi di supporto, d'amore e testimonianze: molte ragazze si sono presentate spontaneamente per esprimersi, per liberare la propria energia e parlare della propria vita semplicemente" si felicita la proprietaria di Jawjab. "Rompe la saggezza convenzionale" continua, ricordando che "il Marocco è un paese con un'apparenza di apertura in cui l'autocensura è un vero problema".

I social network stanno cambiando il gioco. "L'abbiamo visto con il fenomeno #MeToo, in tutto il mondo, parliamo della terza rivoluzione femminista", ha detto Sonia Terrab. La realizzatrice è convinta che "la parola si stia liberando in Marocco: tra le giovani donne c'è un reale desiderio di emancipazione; prendere la parola per strada e nello spazio virtuale le danneggia sempre meno".

Edizione italiana a cura di Francesca Quarta

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